Giordania
In Giordania ho abbandonato l’itinerario. E ho iniziato ad ascoltare.
Uno dei viaggi più recenti è stato quello in Giordania. Undici giorni on the road, su e giù per una terra che non si lascia controllare.
Prima di partire per la Giordania avevo fatto quello che faccio sempre:
un itinerario preciso.
Distanze calcolate.
Tappe segnate.
Tempi annotati.
Gli alloggi no. Adoro le guest house, mi sanno di casa.
Quelle le scelgo spesso sul momento.
Tengo sempre conto dell’imprevisto bello.
Perché sì, organizzo viaggi.
Ma credo che un viaggio debba avere una struttura… e spazio per respirare o improvvisare.
Sono partita con Giuseppe, il mio compagno di viaggi ma anche di vita.
I droni sono rimasti a casa: per volare serviva una scorta ufficiale.
All’inizio mi è dispiaciuto. Poi ho capito che forse quel viaggio non doveva essere visto dall’alto, ma attraversato da dentro.
Non mi soffermerò più di tanto né elencherò tutti i meravigliosi posti che abbiamo visto e vissuto. Mi concentrerò sugli incontri che mi hanno lasciato un segno.
Osman e Ahmed: l’errore che è diventato relazione
Arriviamo ad Amman stanchi ma curiosi.
Dopo aver ritirato l’auto ci dirigiamo verso la nostra guest house.
Scendiamo delle scale e troviamo un uomo fuori da una guest house.
Ci accoglie con un sorriso grande, ci fa vedere la stanza, accende il fuoco, prepara il tè.
Parliamo. Ridiamo. Ci raccontiamo.
Dopo circa un’ora e mezza capiamo che non era la nostra guest house.
Avevamo prenotato un’altra struttura.
Siamo scoppiati a ridere tutti insieme.
Così abbiamo conosciuto Osman.
E poco dopo Ahmed, il vero host della Rainbow Guest House, è venuto a recuperarci.
Le due strutture erano a pochi metri di distanza, ma in quel momento sembrava un dettaglio irrilevante.
Quella sera siamo rimasti sulla terrazza fino a tardi.
La luce di Amman sotto di noi, il vento leggero, le storie che si intrecciavano.
Osman e Ahmed lavoravano in Giordania, ma non erano giordani.
Ci hanno raccontato delle loro famiglie, delle difficoltà, dei sogni.
Ahmed parlava dei suoi progetti futuri con una determinazione silenziosa.
Non era solo un host. Voleva costruire qualcosa.
Ci hanno invitato a visitare la loro terra, l’Egitto.
E non era un invito detto per cortesia.
Ci scriviamo ancora oggi.
Non è rimasto un ricordo.
È rimasta una connessione.
Il penultimo giorno siamo tornati da loro.
Non avevamo bisogno di una stanza.
Avevamo voglia di rivederli.
Se posso darti un consiglio: quando scegli dove dormire, non guardare solo il prezzo o le recensioni.
Guarda chi c’è dietro.
Una terrazza condivisa può cambiare il tuo viaggio più di una camera perfetta.
Omar: sentirsi a casa a mille chilometri di distanza
A Madaba ci siamo fermati a mangiare da Fokar & Bhar.
Doveva essere un pranzo veloce.
Siamo finiti in cucina.
Ero curiosa di capire come preparavano i funghi.
Mmmh ricordo ancora il sapore di quei funghi.
Quel profumo è rimasto addosso ai miei vestiti per ore.
Ci hanno fatto scendere senza esitazione.
Cucina pulitissima.
Profumo intenso.
Mani che lavoravano con calma.
Omar non ci ha trattati come clienti.
Ci ha trattati come se stessimo mangiando a casa sua.
Ci guardava per capire se ci stava piacendo davvero.
Ci spiegava i piatti con orgoglio.
In viaggio non cerco ristoranti “instagrammabili”.
Cerco luoghi in cui mi sento accolta e, ovviamente, in cui si mangia bene.
E se vai a Madaba, fermati lì.
Non solo per il cibo.
Ma per l’accoglienza.
Madaba, Romani e l’arte che profuma di famiglia
A Madaba, la città dei mosaici, durante una passeggiata serale in cerca della calamita perfetta, ci siamo imbattuti in un negozio.
Uno di quelli che non sembrano fatti per turisti distratti. Si chiama “Promise Land”.
Curato. Luminoso. Pieno di dettagli.
Lì abbiamo conosciuto Romani.
Un ragazzo giovane, in gamba, con gli occhi di chi sa esattamente da dove viene e dove vuole arrivare.
Ci ha accolti nel suo negozio offrendoci una tazza di tè.
Ci ha raccontato di lui, di cosa studiava, di cosa faceva lì dentro.
Era il negozio del padre, un artigiano.
Non vendeva semplicemente oggetti.
Custodiva un mestiere.
Ci ha spiegato come si realizza un mosaico:
la scelta delle pietre, la tecnica, la precisione, la ricerca nei materiali, la pazienza.
Parlava con rispetto.
Con orgoglio.
Con passione.
Sono rimasta affascinata dalle loro opere.
Non erano souvenir.
Erano opere d’arte.
Poi ci ha invitati a entrare a casa sua.
Voleva mostrarci gli strumenti e un tavolo che il padre aveva realizzato per la madre.
Ricordo ancora i colori.
I dettagli.
La cura.
Trasmetteva amore.
E bravura.
In quel momento ho capito che dietro ogni oggetto c’è una storia.
E quando conosci la storia, non guardi più quell’oggetto nello stesso modo.
Credo proprio che prima o poi gli chiederò di realizzare un quadro con la faccia del mio amato Rocky.
Perché sì, realizzano opere su commissione e spediscono in tutto il mondo.
E questa è una cosa che amo raccontare quando progetto un viaggio:
non cercare solo cosa comprare.
Cerca chi lo ha creato.
La cosa più bella?
Parlando abbiamo scoperto che Romani è amico di Omar.
Gli abbiamo detto che quella sera saremmo andati a cena da lui.
Ci ha scritto un bigliettino.
Le persone, in Giordania, si intrecciano.
E tu non sei più solo una viaggiatrice che passa.
Diventi parte di una piccola rete.
Lei, i messaggi, e la spiaggia che non avremmo trovato
Dentro lo stesso ristorante abbiamo conosciuto una coppia: lui napoletano, lei tunisina.
Con lei siamo rimaste in contatto durante tutto il viaggio.
Ci scrivevamo cosa stavamo facendo.
Ci davamo consigli a vicenda.
È stata lei a indicarci alcuni monumenti che valevano la pena di essere visti e come fare i fanghi nel Mar Morto.
Fate i fanghi! Lasciano la pelle super liscia.
Quei consigli sono stati molto utili.
Non era solo un suggerimento pratico.
Era attenzione.
Mi ha parlato della sua terra.
Mi ha dato consigli concreti per un possibile viaggio futuro, in alcune zone che lei stessa aveva visitato.
A Madaba ci hanno accompagnato a vedere la Chiesa della Decapitazione di San Giovanni Battista.
La vista dal campanile è suggestiva. Non salite se soffrite di vertigini.
Mi sono resa conto che quando viaggi in modo aperto, le persone non ti danno solo indicazioni.
Ti aprono strade.
Betania: la linea che divide
A Betania ho lavato il viso nel punto in cui, secondo la tradizione, è stato battezzato Gesù.
Davanti a noi Israele.
Una corda sottile separava le due sponde del fiume.
Le persone si guardavano.
Eravamo a pochi metri.
Eppure divisi.
Noi non potevamo andare dalla loro parte, loro non potevano venire dalla nostra.
Ho pensato: siamo tutti sulla stessa terra, eppure spesso siamo separati da linee sottilissime.
Per me non è stato un momento religioso.
È stato un momento di riflessione. Mi ha fatto riflettere su quanto siano fragili e potenti i confini.
Fuori rotta dopo il Monte Nebo
Dopo la visita al Monte Nebo, seguendo l’istinto, abbiamo fatto un fuori rotta verso la Sorgente di Mosè.
Poco turistica, difficile da raggiungere.
Non avremmo mai potuto trovarla. Il telefono non prendeva. Se non fosse stato per l’incontro con una famiglia del posto che ci ha indicato la strada, probabilmente non ci saremmo arrivati.
Non era come me l’aspettavo.
Un po’ trascurata. Un po’ sporca. Con ferri sporgenti qua e là.
Ma non rimpiango di averla vista.
Perché viaggiare non significa cercare solo ciò che è perfetto.
Cosa mi ha lasciato la Giordania (nei primi giorni)
Ogni viaggio mi cambia sempre un po’.
Non so mai spiegare esattamente come.
Ma torno sempre più piena.
Più consapevole.
Più aperta.
A volte, anche più pensierosa.
La Giordania mi ha ricordato che organizzare è importante
ma controllare tutto è un’illusione.
Che i luoghi sono meravigliosi, sì.
Ma sono le persone che li rendono vivi.
L’itinerario serve, ma l’imprevisto o i cambi di programma non devono far paura.
E che certe connessioni continuano anche quando torni a casa.
Ogni meta è unica non solo per quello che mostra,
ma per quello che ci lascia.





